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CAPITOLO VI

Spettacolo e rito

“Dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva”

F. Hölderlin

 

1.                  (...) Come ha persuasivamente mostrato Mircea Elide, il tempo e lo spazio del sacro hanno un significato ritornante, sempre possibile, che lo scorrimento cronologico non riesce a sopprimere o a rendere senza valore ([1]). E le analisi di Bergson sulla durata temporale ([2]), nonché certe dimensioni dell’arte e della nostra esperienza psichica, ci attestano che l’estasi (= tra svalutazione del valore e dell’esperienza del tempo) e l’irruzione nel quotidiano di significati originari sono eventi che appartengono al reale e non escogitazioni fantastiche o effetti di patologie (c’è anzi da sospettare che la cosiddetta ‘normalità’ mai turbata da queste sospensioni dell’animo e rivelazioni di senso sia essa patologica, effetto di una povertà di energia vitale e sorda ad ogni richiamo dell’immaginale). Se, dunque, la storicizzazione integrale dell’esperienza umana non è corretta ed ermeneuticamente proficua ([3]) allora la domanda “Che cos’è veramente la danza?” mantiene il suo senso e indica una gradazione ideale di capacità di risposta. In quanto incarnazione di questa domanda e sforzo di corrispondere una risposta la vita e l’opera della Duncan sono del tutto emblematiche.

            La strada da battere per rispondere alla nostra domanda va nella direzione del rito, non in quella dello spettacolo. Nel Dizionario filosofico di Nicola Abbagnano sotto la voce rito si legge: “Una tecnica magica o religiosa diretta ad ottenere un controllo delle forze naturali che le tecniche razionali non possono offrire o ad ottenere che sia mantenuta o conservata per l’uomo una certa garanzia di salvezza nei confronti di queste forze”. Questa definizione, ed altre simili, è del tutto insufficiente in sé e per i nostri scopi, poiché vi è assente una componente spesso fondamentale nei riti che è quella di trasformare la quotidianità, liberandone i significati attinenti alla trascendenza. Trasformazione che è trasfigurazione: la quotidianità diventa, per così dire, diafana e lascia finalmente vedere la trama originaria ed essenziale della trascendenza. Più semplicemente ma anche più peculiarmente il rito può essere definito come “azione sacra” in cui oltre agli aspetti previsti nella precedente definizione si aggiunge, non come addentellato ma come essenziale, quanto appena detto. Il rito svela, dunque l’ordine ([4]) nascosto, la trama, appunto, della realtà.

L’improseguibilità della strada indicata da Isadora Duncan trova qui, a mio avviso, la sua ragione. Improseguibilità che comunque ci costringe a rimediare su quella questione dell’origine che è il tema di questo lavoro. Per testimonianza universale Isadora Duncan ha danzato secondo ciò “che ditta dentro”, è stata una sacerdotessa che fra le colonne del Partenone o nelle spoglie reliquie dei teatri greci e romani ci ha riportati non indietro – come superficialmente si potrebbe dire – ma in quel mito che, come dice Sallustio “non è stato, ma sempre è”. Perché il mito non afferma né nega, ma accenna ad una possibilità sempre aperta, data agli uomini nella storia, ma che – per dir così – attraversa la storia.

Tornando alla questione dell’origine, cito per esteso le parole che W. F. Otto scrisse per commemorare la sorella Isadora, Elizabeth Duncan. “La danza è una forma originaria dell’esserci umano. […] E in questo oso dire: la danza, nel suo arcaico significato culturale, è la verità e al tempo stesso la giustificazione dell’essere stesso del mondo, la più inconfutabile ed eterna di tutte le teodicee. Non insegna nulla, non discute nulla – incede maestosamente, e con questo incedere maestoso porta alla luce il fondamento di ogni cosa: non volontà e potenza, non angoscia e pena, non tutto ciò che vuole imporsi all’esistenza, ma ciò che è eternamente signore di sé e divino. La danza è la verità di ciò che è, ma, nel modo più immediato, la verità di ciò che vive. […] Colpita e animata da questo spirito, Isadora Duncan ha osato liberare la danza dalle convenzioni sociali e riportarla dalle luci della ribalta nella libera natura e sotto il cielo aperto” ([5]).

Non spettacolo, dunque, ma celebrazione dell’essere delle nuvole, del vento, dell’acqua, della terra, del fuoco, del cielo, delle stelle e di ciò che avviene sulla terra e sotto il cielo è la danza dell’origine, la danza, cioè, sempre possibile. E in questa prospettiva va vista l’affermazione recisa della Duncan che pone il balletto fuori dal dominio dell’arte ([6]). La danza vera, dunque, quella di Dionisio e di Shiva Nataraja, quella dei dervisci e di ogni iniziato che conosca il significato del quadrato, terra acqua aria e fuoco, non si balla che accidentalmente sotto la luce della ribalta poiché richiede la maestà del cielo aperto e la sonorità della terra battuta. Qui non si vuol negare, ovviamente, la dignità della danza spettacolare che suscita divertimento, si dice solo che accade ciclicamente che si ritorni alla danza pura, al poter essere della danza celebrazione dei ritmi nascosti della natura, quei ritmi dal cui equilibrio sorge ciò che chiamiamo il mondo.

Che la danza sia “la verità e la giustificazione dell’essere stesso del mondo”, per riprendere le parole di W.F. Otto, può sembrare una affermazione esagerata soltanto se non si pensa al fenomeno del dionisismo ([7]), alla danza di Shiva Nataraja e al pregare danzando dei dervisci e se non si pensa al fatto che ritmo, così come rito, ha a che fare con arithmós, numero, che è la ragione stessa del mondo – secondo la profonda intuizione pitagorica – poiché è nel rispetto delle leggi e delle proporzioni numeriche che ogni cosa è quella che è.

2.                  Le ragioni di una differenziazione tra danza pura, ballo e balletto mi sembrano, dunque, chiare. In generale il ballo ha scopi di intrattenimento e di divertimento, anche se non è escluso che vi si possa raggiungere perfezione stilistica e rigore esecutivo. Il balletto è una forma – la più alta – di danza spettacolo in cui si può raggiungere perfezione artistica (non nel senso in cui la Duncan intendeva l’arte), vigore espressivo e alta capacità interpretativa. La danza pura è invece una azione rituale, dunque sacra, con cui si celebra e si illustra, riferendosi a qualche evento o azione del vivere, la legge della vita stessa, la trama nascosta dell’essere che per noi si fa mondo e in cui si richiama ad un completamento non immediatamente visibile di ciò che viene espresso (inevitabile aspetto simbolico della danza pura). Mentre, quindi, il ballo e il balletto hanno sempre bisogno di una musica esterna che sostenga e stimoli la gestualità, la danza può svolgersi anche nel silenzio che dà voce al sacro. Alla danza pura può bastare il ritmo del cuore (sistole-diastole) o l’ispirazione-espirazione dei polmoni – come abbiamo visto per le danze sacre dei dervisci – per dettare i movimenti di riassorbimento nella vita divina.

3.                  Riprendiamo per concludere la domanda che ha guidato l’ultima parte di questo lavoro: “che cos’è veramente la danza?” e proviamo ad articolare la conclusione. Mi pare chiaro che da quanto ho detto in precedenza si può rispondere che la danza pura è gesto sacro: un agire che tende verso ciò che vi è di più essenziale e di più originario, un agire che descrive un proprio spazio e scandisce un proprio tempo che simboleggiano ogni volta lo spazio e il tempo originari.

Si è tentato spesso di dare ad una delle attività umane la priorità su tutte le altre. Così Schiller ha visto nell’arte la forma originaria e suprema della vita e Schelling ha visto l’arte come la vita stessa dell’Assoluto e la radice di ogni realtà. “La filosofia – dice Schelling – raggiunge bensì il punto più alto, ma fino a questo punto non porta che un frammento dell’uomo. L’arte porta tutto l’uomo, come egli è, alla conoscenza del punto più alto e in ciò consiste l’eterna diversità e il miracolo dell’arte” ([8]). E , come è noto, Schopenhauer in Il mondo come volontà e rappresentazione ha affermato che la musica, più di ogni altra espressione umana, è vicina al fondo della realtà, alla volontà di vivere. Anche la danza, come abbiamo già visto in precedenza, è stata definita – per dirla con parole emblematiche W.F. otto – la più originaria forma d’arte ([9]).

In tutte queste posizioni si può anche vedere una mancanza di equilibrio, una tendenza all’esagerazione. Tuttavia, è difficilmente contestabile che se definiamo in generale il linguaggio come “sistema di segni che servono ad esprimere uno stato psichico” ([10]), la danza ha un’universalità e radicalità espressive davvero incontestabili. La danza, quindi, è un sistema espressivo, un linguaggio potente, preciso e al tempo stesso fortemente simbolico.

Per approfondire meglio quest’ultimo aspetto, oltre al riconnettere la danza alla ritualità, giova illustrare la connessione fra danza e gioco. Nell’Etica nicomachea (X, 6, 1176b), Aristotele dice che il gioco è un’attività o una operazione che si esercita o si esegue solo in vista di se stessa e non per il fine cui tende o il risultato che produce. E Schiller nelle Lettere sull’educazione dice che il lavoro lo si esegue perché manca qualcosa, mentre nel gioco c’è la pienezza di forza ed esuberanza di vita.

Unendo quanto si legge in Aristotele e in Schiller noi abbiamo una caratterizzazione del gioco come attività in cui si esprime un’energia libera e potente, in cui l’obbedienza a regole non vuol conseguire altra finalità che quella della riuscita del gioco. Qualcosa sorge spontaneamente e per riuscire nell’impresa di compiersi si dà delle regole, ecco come potrebbe essere anche definita l’attività ludica. Se noi dovessimo immaginare l’azione di una divinità, noi la dovremmo immaginare come gioco. E in questa dimensione di ordine non finalistico, di un autocostituirsi che è materia, legge e fine di se stesso si è interpretata dai pensatori indiani e da Plotino ([11]) l’origine di ciò che chiamiamo mondo. L’originarsi del mondo è stato visto in India come un grande gioco cosmico che, ovviamente, non può avere nessuna finalità né corrispondere ad un progetto che non sia il proprio farsi. La parola che esprime in sanscrito questa situazione è lila, gioco, appunto.

Nella danza pura si esprima e si illustra di nuovo e ogni volta questa situazione. Il corpo ‘parla’ dell’origine con tutto se stesso, crea, come si è già visto, il tempo e lo spazio vivi distribuendosi nello spazio e nel tempo indifferenti e amorfi; si lascia inondare di aria e di luce ([12]); rimodula, nel mentre che vi obbedisce, le leggi della respirazione e del ritmo cardiaco; e il corpo diventa l’asse che unisce, come nella donna danzante di Tanagra o nel celebre schizzo di Walkowitz, rappresentante Isadora Duncan, la terra e il cielo. Ed in questo senso è vera la frase di Havelock Ellis: “Danzare e prendere parte al controllo cosmico dl mondo” ([13]). Perché, come dice Agathis lo scolastico: “Danzate, cantate insieme angeli del cielo, sulla terra uomini! Poiché l’uomo e Dio non fanno che un solo mistero” ([14]).

(...)


[1] M. Eliade, Immagini e simboli, TEA, Milano 1977.

[2] H. Bergson, L’evoluzione creatrice, cit.

[3] Cfr., anche Hilman, Il codice del’anima, Adelphi, Milano 1997.

[4] Rito viene da arithmós greco che vuol dire numero e dal sanscrito rtàm che significa ordine.

 

[5] W.F. Otto, Per la danza della scuola di Elizabeth Duncan, cit., pp. 96-100, cfr. n. 70.

[6] La Duncan definisce il balletto: “genere falso e assurdo, fuori del dominio dell’arte”,  in G. Tani, La danza e il balletto, cit., p. 186.

[7] Al riguardo si veda G. Colli, La sapienza greca, Adelphi, Milano, I, 1976.

 

[8] Schelling, System, Verke, p. 630.

[9] Cfr., W.F. Otto, Per la danza della scuola di Elizabeth Duncan, cit., p. 97.

[10] R. Jolivet, Dizionario di filosofia, Morcelliana, Brescia 1966.

 

[11] Cfr. Plotino, Enneadi.

[12] “Bisogna inondare il corpo di aria e di luce”, Isadora Duncan in A. Testa, Storia della danza e del balletto, cit., p. 12.

[13] Ivi, p. 79.

[14] Ivi, p. 17.

   


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