|
CAPITOLO
VI
Spettacolo
e rito

“Dove cresce il
pericolo cresce anche ciò che salva”
F. Hölderlin
1.
(...)
Come ha persuasivamente mostrato Mircea Elide, il tempo e lo spazio
del sacro hanno un significato ritornante, sempre possibile, che lo
scorrimento cronologico non riesce a sopprimere o a rendere senza
valore ().
E le analisi di Bergson sulla durata temporale (),
nonché certe dimensioni dell’arte e della nostra esperienza
psichica, ci attestano che l’estasi (= tra svalutazione del valore
e dell’esperienza del tempo) e l’irruzione nel quotidiano di
significati originari sono eventi che appartengono al reale e non
escogitazioni fantastiche o effetti di patologie (c’è anzi da
sospettare che la cosiddetta ‘normalità’ mai turbata da queste
sospensioni dell’animo e rivelazioni di senso sia essa patologica,
effetto di una povertà di energia vitale e sorda ad ogni richiamo
dell’immaginale). Se, dunque, la storicizzazione integrale
dell’esperienza umana non è corretta ed ermeneuticamente proficua
()
allora la domanda “Che cos’è veramente la danza?” mantiene il
suo senso e indica una gradazione ideale di capacità di risposta.
In quanto incarnazione di questa domanda e sforzo di corrispondere
una risposta la vita e l’opera della Duncan sono del tutto
emblematiche.
La strada da battere per rispondere alla nostra domanda va nella direzione
del rito, non in quella dello spettacolo. Nel Dizionario
filosofico di Nicola Abbagnano sotto la voce rito si legge:
“Una tecnica magica o religiosa diretta ad ottenere un controllo
delle forze naturali che le tecniche razionali non possono offrire o
ad ottenere che sia mantenuta o conservata per l’uomo una certa
garanzia di salvezza nei confronti di queste forze”. Questa
definizione, ed altre simili, è del tutto insufficiente in sé e
per i nostri scopi, poiché vi è assente una componente spesso
fondamentale nei riti che è quella di trasformare la quotidianità,
liberandone i significati attinenti alla trascendenza.
Trasformazione che è trasfigurazione: la quotidianità diventa, per
così dire, diafana e lascia finalmente vedere la trama originaria
ed essenziale della trascendenza. Più semplicemente ma anche più
peculiarmente il rito può essere definito come “azione sacra”
in cui oltre agli aspetti previsti nella precedente definizione si
aggiunge, non come addentellato ma come essenziale, quanto appena
detto. Il rito svela, dunque l’ordine ()
nascosto, la trama, appunto, della realtà.
L’improseguibilità
della strada indicata da Isadora Duncan trova qui, a mio avviso, la
sua ragione. Improseguibilità che comunque ci costringe a rimediare
su quella questione dell’origine che è il tema di questo lavoro.
Per testimonianza universale Isadora Duncan ha danzato secondo ciò
“che ditta dentro”, è stata una sacerdotessa che fra le colonne
del Partenone o nelle spoglie reliquie dei teatri greci e romani ci
ha riportati non indietro – come superficialmente si potrebbe dire
– ma in quel mito che, come dice Sallustio “non è stato, ma
sempre è”. Perché il mito non afferma né nega, ma accenna ad
una possibilità sempre aperta, data agli uomini nella storia, ma
che – per dir così – attraversa la storia.
Tornando
alla questione dell’origine, cito per esteso le parole che W. F.
Otto scrisse per commemorare la sorella Isadora, Elizabeth Duncan.
“La danza è una forma originaria dell’esserci umano.
[…] E in questo oso dire: la danza, nel suo arcaico significato
culturale, è la verità e al tempo stesso la giustificazione
dell’essere stesso del mondo, la più inconfutabile ed eterna di
tutte le teodicee. Non insegna nulla, non discute nulla – incede
maestosamente, e con questo incedere maestoso porta alla luce il
fondamento di ogni cosa: non volontà e potenza, non angoscia e
pena, non tutto ciò che vuole imporsi all’esistenza, ma ciò che
è eternamente signore di sé e divino. La danza è la verità di ciò
che è, ma, nel modo più immediato, la verità di ciò che vive.
[…] Colpita e animata da questo spirito, Isadora Duncan ha osato
liberare la danza dalle convenzioni sociali e riportarla dalle luci
della ribalta nella libera natura e sotto il cielo aperto” ().
Non
spettacolo, dunque, ma celebrazione dell’essere delle nuvole, del
vento, dell’acqua, della terra, del fuoco, del cielo, delle stelle
e di ciò che avviene sulla terra e sotto il cielo è la danza
dell’origine, la danza, cioè, sempre possibile. E in questa
prospettiva va vista l’affermazione recisa della Duncan che pone
il balletto fuori dal dominio dell’arte ().
La danza vera, dunque, quella di Dionisio e di Shiva Nataraja,
quella dei dervisci e di ogni iniziato che conosca il significato
del quadrato, terra acqua aria e fuoco, non si balla che
accidentalmente sotto la luce della ribalta poiché richiede la
maestà del cielo aperto e la sonorità della terra battuta. Qui non
si vuol negare, ovviamente, la dignità della danza spettacolare che
suscita divertimento, si dice solo che accade ciclicamente che si
ritorni alla danza pura, al poter essere della danza celebrazione
dei ritmi nascosti della natura, quei ritmi dal cui equilibrio sorge
ciò che chiamiamo il mondo.
Che
la danza sia “la verità e la giustificazione dell’essere stesso
del mondo”, per riprendere le parole di W.F. Otto, può sembrare
una affermazione esagerata soltanto se non si pensa al fenomeno del
dionisismo (),
alla danza di Shiva Nataraja e al pregare danzando dei dervisci e se
non si pensa al fatto che ritmo, così come rito, ha a che fare con
arithmós, numero, che è la ragione stessa del mondo – secondo la
profonda intuizione pitagorica – poiché è nel rispetto delle
leggi e delle proporzioni numeriche che ogni cosa è quella che è.
2.
Le ragioni di una differenziazione tra danza pura, ballo e balletto mi
sembrano, dunque, chiare. In generale il ballo ha scopi di
intrattenimento e di divertimento, anche se non è escluso che vi si
possa raggiungere perfezione stilistica e rigore esecutivo. Il
balletto è una forma – la più alta – di danza spettacolo in
cui si può raggiungere perfezione artistica (non nel senso in cui
la Duncan intendeva l’arte), vigore espressivo e alta capacità
interpretativa. La danza pura è invece una azione rituale, dunque
sacra, con cui si celebra e si illustra, riferendosi a qualche
evento o azione del vivere, la legge della vita stessa, la trama
nascosta dell’essere che per noi si fa mondo e in cui si richiama
ad un completamento non immediatamente visibile di ciò che viene
espresso (inevitabile aspetto simbolico della danza pura). Mentre,
quindi, il ballo e il balletto hanno sempre bisogno di una musica
esterna che sostenga e stimoli la gestualità, la danza può
svolgersi anche nel silenzio che dà voce al sacro. Alla danza pura
può bastare il ritmo del cuore (sistole-diastole) o
l’ispirazione-espirazione dei polmoni – come abbiamo visto per
le danze sacre dei dervisci – per dettare i movimenti di
riassorbimento nella vita divina.
3.
Riprendiamo per concludere la domanda che ha guidato l’ultima parte di
questo lavoro: “che cos’è veramente la danza?” e proviamo ad
articolare la conclusione. Mi pare chiaro che da quanto ho detto in
precedenza si può rispondere che la danza pura è gesto sacro: un
agire che tende verso ciò che vi è di più essenziale e di più
originario, un agire che descrive un proprio spazio e scandisce un
proprio tempo che simboleggiano ogni volta lo spazio e il
tempo originari.
Si
è tentato spesso di dare ad una delle attività umane la priorità
su tutte le altre. Così Schiller ha visto nell’arte la forma
originaria e suprema della vita e Schelling ha visto l’arte come
la vita stessa dell’Assoluto e la radice di ogni realtà. “La
filosofia – dice Schelling – raggiunge bensì il punto più
alto, ma fino a questo punto non porta che un frammento dell’uomo.
L’arte porta tutto l’uomo, come egli è, alla conoscenza del
punto più alto e in ciò consiste l’eterna diversità e il
miracolo dell’arte” ().
E , come è noto, Schopenhauer in Il mondo come volontà e
rappresentazione ha affermato che la musica, più di ogni altra
espressione umana, è vicina al fondo della realtà, alla volontà
di vivere. Anche la danza, come abbiamo già visto in precedenza, è
stata definita – per dirla con parole emblematiche W.F. otto –
la più originaria forma d’arte ().
In
tutte queste posizioni si può anche vedere una mancanza di
equilibrio, una tendenza all’esagerazione. Tuttavia, è
difficilmente contestabile che se definiamo in generale il
linguaggio come “sistema di segni che servono ad esprimere uno
stato psichico” (),
la danza ha un’universalità e radicalità espressive davvero
incontestabili. La danza, quindi, è un sistema espressivo, un
linguaggio potente, preciso e al tempo stesso fortemente simbolico.
Per
approfondire meglio quest’ultimo aspetto, oltre al riconnettere la
danza alla ritualità, giova illustrare la connessione fra danza e
gioco. Nell’Etica nicomachea (X, 6, 1176b), Aristotele dice che il gioco
è un’attività o una operazione che si esercita o si esegue solo
in vista di se stessa e non per il fine cui tende o il risultato che
produce. E Schiller nelle Lettere
sull’educazione dice che il lavoro lo si esegue perché manca
qualcosa, mentre nel gioco c’è la pienezza di forza ed esuberanza
di vita.
Unendo
quanto si legge in Aristotele e in Schiller noi abbiamo una
caratterizzazione del gioco come attività in cui si esprime
un’energia libera e potente, in cui l’obbedienza a regole non
vuol conseguire altra finalità che quella della riuscita del gioco.
Qualcosa sorge spontaneamente e per riuscire nell’impresa di
compiersi si dà delle regole, ecco come potrebbe essere anche
definita l’attività ludica. Se noi dovessimo immaginare
l’azione di una divinità, noi la dovremmo immaginare come gioco.
E in questa dimensione di ordine non finalistico, di un
autocostituirsi che è materia, legge e fine di se stesso si è
interpretata dai pensatori indiani e da Plotino ()
l’origine di ciò che chiamiamo mondo. L’originarsi del mondo è
stato visto in India come un grande gioco cosmico che, ovviamente,
non può avere nessuna finalità né corrispondere ad un progetto
che non sia il proprio farsi. La parola che esprime in sanscrito
questa situazione è lila, gioco, appunto.
Nella
danza pura si esprima e si illustra di nuovo e ogni volta questa
situazione. Il corpo ‘parla’ dell’origine con tutto se stesso,
crea, come si è già visto, il tempo e lo spazio vivi
distribuendosi nello spazio e nel tempo indifferenti e amorfi; si
lascia inondare di aria e di luce ();
rimodula, nel mentre che vi obbedisce, le leggi della respirazione e
del ritmo cardiaco; e il corpo diventa l’asse che unisce, come
nella donna danzante di Tanagra o nel celebre schizzo di Walkowitz,
rappresentante Isadora Duncan, la terra e il cielo. Ed in questo
senso è vera la frase di Havelock Ellis: “Danzare e prendere
parte al controllo cosmico dl mondo” ().
Perché, come dice Agathis lo scolastico: “Danzate, cantate
insieme angeli del cielo, sulla terra uomini! Poiché l’uomo e Dio
non fanno che un solo mistero” ().
(...)
|
|