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Prefazione
Agli
inizi del Novecento Antonin Artaud, autore di teatro destinato ad
influenzare con le sue idee visionarie la cultura scenica
occidentale, ha l’occasione di assistere ad un’esibizione di
danze balinesi. Incaricato di redigerne una recensione, scrive: «Ci
sentiamo prendere da una specie di terrore al pensiero di questi
[attori], le cui gioie e i cui dolori non sembrano appartenere a
loro in proprio, ma obbedire a ad antichi riti, come se fossero
stati dettati da qualche intelligenza superiore (...)
Questo insieme abbagliante, pieno
di esplosioni, di fughe, di segreti canali, di sinuosità, in tutte
le direzioni della percezione interna ed esterna, compone un'idea
sovrana del teatro, che sembra esserci tramandata dai secoli per
insegnarci ciò che il teatro non avrebbe mai dovuto cessare di
essere.»
Nella seconda metà del Novecento l’arte drammatica subisce
una nuova potente ondata di trasformazione esplodendo in infiniti
percorsi di ricerca. Uno dei più interessanti autori di questo
periodo, Eugenio Barba, nello sforzo di individuare gli aspetti che
accomunano nelle diverse tradizioni mondali la preparazione del
performer scrive: «Il nostro corpo è utilizzato in maniera
sostanzialmente differente nella vita quotidiana e nelle situazioni
della rappresentazione (…) Le tecniche quotidiane del corpo sono
in genere caratterizzate dal principio del minimo sforzo, cioè dal
conseguimento della massima resa con il minimo impiego di energia.
Le tecniche extra-quotidiane [della rappresentazione] si basano, al
contrario, sullo spreco di energia. A volte sembrano addirittura
suggerire un principio opposto rispetto a quello che caratterizza le
tecniche quotidiane: il principio del massimo impiego di energia per
un minimo sforzo.»
Intenzionalmente abbiamo scelto di citare due autori
occidentali anche se ciò di cui parliamo in questa prefazione è la
più antica forma di teatrodanza che si conosca, quella orientale e
segnatamente indiana.
I due passi
riportati delimitano con il linguaggio conciso e descrittivo cui noi
siamo abituati, il campo infuocato della natura divina della danza
(intesa qui come teatro e danza insieme, l’oriente non conosce
distinzione delle arti sceniche).
Facendo
riferimento, per esempio, alla danza classica indiana, che è danza
sacra, essa può essere considerata
tale solo – e in quanto – prodotto di una disciplina rigorosa
caratterizzata da ricerca continua e impegno assoluto. In questo la
crescita del danzatore non differisce dalla ricerca dello yogi,
dell’esploratore dello spirito: costanza, abnegazione, umiltà, tapas
(in sanscrito, il calore interiore, il fuoco sacro).
L’artisticità del risultato, della performance, è allora
il prodotto sociale di una creatività che ha indagato estetica (la
bellezza del corpo che muove), etica (l’umiltà di chi si pensa
strumento di un bene che lo trascende), fede (la partecipazione ai
precetti e alle narrazioni dei testi sacri).
La ricerca del
danzatore vive su due piani: quello individuale di una straordinaria
generosità verso sé stesso e quello sociale del dono di tale
fatica.
Ed è, infine,
la condivisione di tale desiderio di pienezza del vivere che produce
l’ineffabile percezione del sacro: un inno alla vita e alla gioia
che ne illumina il mistero.
Di tale
stupefacente materia, dell’uomo che parla di Dio tramite sé
stesso, tramite l’arte del suo corpo, si occupa questo bel lavoro
della Attolini, che nella consapevolezza della difficoltà di usare
parole per descrivere ciò che alla parola intimamente sfugge,
conduce un’indagine onesta e appassionata di un antico perché.
Come sempre la
filosofia ha fatto.
Marcella
Bassanesi
Introduzione
Molteplici sono i temi sui luoghi
dell'essere. Uno di questi, su cui poco si è discorso sin'ora sotto
l'aspetto filosofico, è l'arte della danza. Quanto di sacro essa
celava nei tempi remoti, e quanto della sua sacralità si è andato
conservando nonostante il sopravvento dell'aspetto
"profano" dei tempi ultimi?
In un passato mai passato
del tutto, perché appartenente al piano metastorico dell'umanità,
il mondo della natura veniva sperimentato secondo differenti
relazioni fra Io e non io, in cui il tempo era percepito e vissuto
non come un tempo storico, cioè una successione in linea retta di
avvenimenti consecutivi, bensì come una "qualità", un
"ritmo" ciclico, uniforme e significante, vivo e
individuale.
Le celebrazioni solenni, le
feste tradizionali, ripercorrevano la medesima struttura in varie
gerarchie di ordine spazio-temporale sempre più libere, man mano
che si ascendeva, liberanti e trasfiguristiche. Gli elementi della
natura potevano così esprimere significati divini, in cui lo spazio
era creato dall'Io primigenio in un nuovo e diversamente ordinato
cosmo, in perfetta analogia con l'Alto, l'Assoluto.
Qui il mistero del rito, la
verità del sacro. Qui il senso più vero del danzare, la cui
sacralità affondava nel respiro stesso del rito, nei ritmi luminosi
del gesto creante, annientante, ricreante. Talché i riti dello
"spontaneo" danzare (spontaneo perché scaturente dalla
centralità inebriante dell'Io) si rivelano come i sottili canali
attraverso cui si possono cogliere le vie del Cielo.
In questo contesto dunque,
nello jato tra sacro e profano, si può azzardare il salto
interpretativo del linguaggio della danza in una diversa chiave di
lettura, non solo artistica, estetica, bensì pure filosofica, onde
disvelare ben altri segnacoli, adombrati, per ritrovare il senso
dell'essere, in se stessi, oltre se stessi.
All'uopo, l'opera di Jolanda
Attolini viene a porsi egregiamente nella letteratura specialistica
in materia, contribuendo non
poco ad una maggiore e più illuminante comprensione dell'antica
Parola danzata.
Antonio
Tiberio di Dobrynia
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