La
vita creata in laboratorio
Incredibili
esperimenti di uno scienziato dell'800
Prof. Enza D'Alonzo
della
Fundaciòn Superior de Educaciòn Nueva Anadalucia (Colombia)
Si
è parlato molto di clonazione qualche tempo fa, ossia della stupefacente
possibilità per l’uomo di creare (vedi la pecora “Dolly”) due o più
identici esemplari con lo stesso e non simile DNA. A parte le considerazioni
di tipo morale che hanno diviso scienza e religione, come sempre
succede in questi fatti strabilianti, si tratta pur sempre di generare materia
vivente da materia organica.
Eppure, è esistito chi è riuscito in laboratorio,
partendo da sostanze inorganiche sottoposte a scarica elettrica, a creare la
vita. Lo stesso esperimento, così come vuole il metodo scientifico, è stato
ripetuto più volte, e sempre ha generato strani “acari” venuti dal nulla.
Ma andiamo per ordine. Nel secolo scorso c’è stato un uomo
che tentando di competere con l’Onnipotente è riuscito a creare la vita
dalla materia inorganica. Questo tranquillo e umile gentiluomo di campagna,
l’eccentrico inglese Andrew Crosse, era uno scienziato dilettante con
l’hobby dell’elettricità. Nel 1837, indagando sulla formazione
artificiale dei cristalli, impregnò con una speciale miscela di acido
idrocloridico e una soluzione di silicato di potassio un frammento di roccia
porosa, ossia ossido di ferro del Vesuvio, e lo elettrizzò grazie ad una
batteria.
Ed ecco cosa successe: “Il quattordicesimo giorno
vidi delle escrescenze biancastre, emisferiche, che fuoriuscivano dalla pietra
elettrizzata. Il diciottesimo giorno crebbero emettendo 7 o 8 filamenti, e il
ventiseiesimo giorno queste formazioni avevano assunto l’aspetto di perfetti
insetti, sistemati in posizione eretta su alcuni peli che sembravano
costituire la loro coda. Sino ad allora avevo pensato che si trattasse di
formazioni di minerali. Ma il ventottesimo giorno le minuscole creature
mossero le zampe, e in seguito si staccarono dalla roccia spostandosi in ogni
direzione. In poche settimane un centinaio di esse fecero la loro comparsa
sulla pietra. Le più piccole possedevano sei zampe, le più grandi otto.
Sembra che appartengano al genere degli acari, ma c’è chi afferma che la
loro specie è conosciuta, e chi lo nega. La soluzione più semplice che
pensai, fu di collegare la loro origine a uova deposte in precedenza da
insetti e schiusesi in seguito all’azione dell’elettricità, ma non riesco
ad immaginare uova tali da emettere filamenti, divenuti poi peli. Inoltre, non
riuscii a scoprire i resti dei gusci. Pensai più tardi che fossero nati dal
liquido, quindi esaminai attentamente i numerosi recipiendi, contenenti la
stessa miscela, ma in nessuno trovai però traccia d’insetto”.
Crosse,
in seguito, anche eliminando la roccia porosa, giunse a produrre i suoi
“acari” con soluzioni concentrate di nitrato di rame, solfato di rame e di
zinco; ci riuscì anche con un frammento di quarzo immerso per 5 centimetri in
acido fluoridrico, contenente silicio in soluzione.
“Venne fatta passare la corrente attraverso il liquido – egli scrive
– per dodici e più mesi, e tre di quegli insetti si mostrarono sul pezzo di
quarzo”.
Incredibile è il fatto che gli acari anch’essi erano in
grado di procreare deponendo uova da cui nascevanno esseri identici, che
sopravvivevano sino all’arrivo della stagione fredda.
Passando a ricerche sempre più complesse, Crosse riuscì
persino ad ottenere acari in una soluzione caustica che sarebbe stata fatale
per ogni altro essere vivente, e ancora, addirittura, nel cloro, ma questi
benché avessero la forma d’insetti perfetti non si mossero mai e non
diedero segno di vita.
Un altro studioso, Weeks, riprese gli studi del Crosse, in maniera ancora
più accurata, escludendo tassativamente la presenza di vite animali
all’inizio dei lavori e sottolineò, alla fine, due fatti importanti: senza
l’impiego dell’energia elettrica non nascevano insetti, e che il numero
degli acari prodotti chimicamente variava dalla percentuale di carbone
esistente nelle soluzioni stesse (com’è noto, il carbonio entra nella
composizione di tutti i tessuti animali e vegetali).
Sulla base di ciò possiamo, a ben ragione, ritenere che Crosse e Weeks
sono andati ben oltre i consueti limiti della scienza e dell’uomo. La
scienza moderna dovrebbe tenere in giusto conto gli studi sperimentali di
queste due menti illuminate, e proseguirne la ricerca senza faziosità. E ciò
non potrà essere in contrasto con la religione, perché quando avremo
scoperto il segreto della vita capiremo ancor meglio il mistero della Suprema
Intelligenza Divina che ne regge le forze.

Per
ritornare agli altri articoli clicca qui >
Proprietà
letteraria riservata. All rights reserved 2003 - Edaat Framar Editrice La Gaia
Scienza