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Il
fine della mia creazione
non è la materia, bensì soltanto la libera conoscenza,
l’amore, la comprensione della divinità da parte degli
esseri usciti da me: la materia è stata soltanto un mezzo.”
Così scriveva sotto dettatura, ispirato dal Nume divino,
l’austriaco Jacob Lorber, l’ottocentesco “scrivano di
Dio” come era stato soprannominato.
E’ un “mezzo” dunque la materia per varcare
l’invisibile confine tra ombra e luce, per trarre
dall’oscurità della mente terrestre la luminosa coscienza
assopita dell’uomo adamitico, la possente presenza dello
spirito primigenio, il simbolo e il senso obliato
nell’esistere del più vero essere.
Di là dall’uomo la Verità perduta, ma pur sempre
nell’uomo il suo riverbero incessante, a indicarci da qui,
in questo mondo, la Via che conduce al ritorno in Colui che
ogni cosa ha creato dall’inizio dei tempi.
Da quel riverbero inizia la sete di conoscenza,
l’invito silente alla ricerca di ciò che sovrasta
l’umano. Incamminarsi allora è una scelta, libera ma una
scelta: restare nel torpore dell’inconsapevolezza o
risvegliarsi al mistero che chiama, talvolta urla dentro noi
stessi.
Il
nostro Autore ha sentito quel richiamo e ha iniziato con “un
piccolo passo” quel “lungo viaggio” spirituale cui
alludevano molti secoli prima di Cristo i maggiori saggi
cinesi. Un viaggio nelle geografie dell’anima, nei mari
dello spirito, per conoscere se stesso e, conoscendo le
antiche Intelligenze senza spazio né tempo, ritrovare se
stesso sulle sponde sicure dei loro messaggi ultraterreni, là
dove lo spiritismo non è più una dottrina o una tecnica,
bensì un percorso, “un mezzo” per una rotta eterna: alla
ricerca della Verità.
Le comunicazioni ricevute in vari anni di
esperienza nei Centri medianici frequentati, in questo libro
riportate e spiegate nel loro svolgersi, attendono
l’interpretazione del Lettore a completamento, sì perché
solo la comprensione di quest’ultimo potrà interagendo con
l’Autore avviare il senso riposto in ogni messaggio, far
balenare lo scopo più profondo di una ricerca interiore che
non è semplicemente personale ma il muto anelito, universale,
dell’umanità che sente, che avverte, che soffre molto
spesso, l’Impercepibile.
L’Editore
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